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Mercoledì, 10 Marzo 2010


Processo breve: lo scontro giustizia

Molti processi a rischio estinzione. L' ANM denuncia ma il Ministro Alfano smentisce i numeri.
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ministro alfano

Dopo la bocciatura di incostituzionalità del Lodo Alfano, il Governo ha ripreso nuovamente l’attività di riforma presentando il così detto “processo breve”. Un disegno di legge che mira a rendere certi i tempi della giustizia, ma che rischia di far saltare molti e importanti processi in corso per prescrizione. Anche sulle cifre è scontro. Dal pacato 8% del Ministro Alfano, al grave 50% dell’ ANM.

I dati della Giustizia Italiana

Ma qual è lo stato di salute della nostra giustizia?

L’ordinamento italiano ha introdotto nella Carta Costituzionale un principio fondamentale, elencato all’articolo 111, il giusto processo.

Un principio che prevede in particolare la certezza del diritto e in tempi brevi. I risultati purtroppo sono stati molto lontani dalle aspettative e all’ Unione Europea giunge l’ennesima occasione per applicare sanzioni europee.

In Italia, abbiamo 170mila processi in prescrizione ogni anno e ci collochiamo sempre nelle ultime posizioni in tema di giustizia (un po’ come per la libertà di stampa ).

Il costo dell’ intero sistema si aggira sui 4 miliardi di Euro, ma questa lentezza processuale ha costi molto più ingenti che gravano su tutti noi.

Numeri importanti, che meglio possono essere compresi se accostati a quanto accade nei principali Paesi europei.

Secondo lo European Judicial System – Edition 2008 della Commissione Europea per l’Efficienza della Giustizia, Spagna e Francia, ad esempio, hanno speso circa 3 miliardi di euro.

Più ingenti le spese invece del Regno Unito e della Germania che è arrivata a spendere, addirittura, quasi 9 miliardi di Euro.

Il testo del ddl

E il processo breve? Che novità introduce e come si colloca in questo sistema?

All’articolo 1 si fissano le modalità per la durata ragionevole dei processi, oltre la quale il processo verrà estinto, sempre che il ddl diventi legge.

«Non sono considerati irragionevoli i periodi che non eccedono la durata di due anni per il primo grado, di due anni per il grado di appello e di ulteriori due anni per il giudizio di legittimità, nonché di un altro anno in ogni caso di giudizio di rinvio. Il giudice, in applicazione dei parametri di cui al comma 2, può aumentare fino alla metà i termini di cui al presente comma».

Se vengono superati i limiti di ragionevole durata, il processo è estinto (articolo 2):

«nei processi per i quali la pena edittale determinata ai sensi dell’art. 157 del codice penale è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione».

L’articolo 3 contiene «disposizioni relative all’entrata in vigore della legge e all’applicazione delle norme sull’estinzione processuale».

Le disposizioni non si applicano nei processi in cui «l’imputato ha già riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, anche se è intervenuta la riabilitazione, o è stato dichiarato delinquente o contravventore abituale o professionale».

Non si applicano anche per i reati legati all’immigrazione, come richiesto dalla Lega, agli incidenti sul lavoro, alla mafia e al terrorismo.

In parole povere entro sei anni bisognerà arrivare ad una sentenza definitiva o il reato cadrà in prescrizione.

Un rischio che non può essere sottovalutato, anche perché tra i processi interessati dal ddl ne ritroviamo alcuni di grande attenzione sociale, in particolare quelli dei colletti bianchi, Tanzi e il caso Parmalat, per poi arrivare a quelli del Presidente del Consiglio.

A Napoli, secondo il procuratore Lepore, ne sono a rischio dai 30 ai 50 mila.

Le reazioni politiche

Il ddl ha suscitato, come ricordato, pesanti scontri tra Governo ed opposizione, ma anche all’interno della maggioranza stessa c’è stato qualche muguglio. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha parlato del “processo breve” come di un primo passo verso una più ampia e radicale riforma del settore.

Ha sottolineato inoltre il bisogno che di pari passo al ddl ci siano i fondi necessari per permettere ai magistrati di svolgere il loro dovere.

Severo il segretario del PD Pierluigi Bersani:

«Quello della giustizia è sicuramente un problema per i cittadini, vista la lunghezza dei processi. Noi non solo siamo disponibili a discuterne, ma abbiamo già presentato quattro proposte di legge. Adesso però ci stanno facendo vedere un altro film, e cioè come evitare i processi al premier. Ritirino queste norme che sono un pugno in un occhio perché con questa legge si aboliscono solo i processi ai colletti bianchi e per noi non è possibile».

E mentre il leader dell’ Italia dei valori Antonio Di Pietro ha parlato di referendum, il presidente del CSM Nicola Mancino ha cercato di stemperare i toni, ricordando però che «Non basta che il processo sia breve, deve essere anche giusto».

Duri scambi invece tra il Ministro Alfano e l’ ANM, che teme un collasso dell’ intero sistema giustizia.

Il timore di tutti noi effettivamente è proprio questo. Si è vero, siamo un paese iper-garantista e questo ha in parte portato ad un sistema lento e pesante. Ma l’uguaglianza e l’equità sono principi fondamentali per un qualsiasi ordinamento da cui non si può prescindere. Servono riforme, servono come il pane. Parlo di riforme profonde, lineari e che trovino il consenso comune, non tappa-buchi che come la storia ha dimostrato, rimandano il problema e, molto spesso, lo peggiorano.

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