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Venerdì, 12 Marzo 2010


Roberto Saviano e la stampa della camorra

Roberto Saviano ospite a Che Tempo che Fa parla dei rapporti tra Stampa Locale e Camorra in Campania
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Roberto Saviano a Che tempo che fa

Roberto Saviano, che vive sotto scorta da tre anni per le minacce di morte ricevute dal clan dei Casalesi, ha tenuto una lezione magistrale sull’utilizzo dei media da parte della camorra. Sotto analisi il linguaggio della stampa locale, in cui traspare il sistema valoriale dei camorristi, ma anche le dinamiche attraverso cui la criminalità organizzata controlla l’opinione pubblica con i giornali. Il 25 marzo scorso Robero Saviano, autore del best-seller Gomorra, è stato ospite alla trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio.

Quattro milioni di persone hanno seguito l’evento, dimostrando che l’opinione pubblica è interessata a quelle tematiche che spesso sono occultate dalle alte dirigenze.

Per l’occasione, Saviano ha tenuto una lezione magistrale sull’utilizzo che la camorra fa della stampa locale campana. I mezzi di comunicazione sono mezzi di controllo popolare.

I legami tra stampa locale e camorra

La cronaca nazionale si interessa alla camorra soltanto quando ci sono grandi tragedie, quando l’opinione pubblica viene scossa da faide sanguinose e da eventi molto drammatici. Poi, scende il velo del dimenticatoio e la nazionale torna ad occuparsi di politici e soubrette.

La camorra viene presentata come la solita guerra tra gang rivali, come il fenomeno isolato e relegato alla Campania.

In realtà, a Napoli per camorra si ammazza una persona al giorno. Spesso si arriva a tre. In tempi di guerra, i morti possono superare le decine al giorno.

Ad occuparsene sono soprattutto i giornalisti della stampa locale, piccoli giornali che vendono pochissime copie e che sono diffusi soltanto nelle città in cui sono stampati.

Il rapporto tra stampa locale campana e territorio è fortissimo. Non soltanto per il normale legame che unisce i giornalisti con la città che raccontano – come accade in molte altre regioni – ma anche per un altro elemento fondamentale: l’unicità culturale tra giornale e ambiente circostante.

Questo è fondamentale per i camorristi e Saviano lo sottolinea. La stampa locale adotta la mentalità dei clan, ne sposa l’ideologia, e si rivolge ad un pubblico formato da criminali e persone che vivono a contatto con i criminali.

Per la stampa locale, adottare il linguaggio dei camorristi è di fondamentale importanza per essere compresa dai propri lettori.

Si rivolge ad un pubblico che già “conosce” e che non deve essere edotto sui fatti.

Chiama le persone con il loro soprannome, rovescia il valore della giustizia con quello dell’onore, adotta le modalità di pensiero criminale di chi il giornale lo compra, lo legge e lo utilizza per dominare il territorio.

La stampa locale è stampa di camorra.

L’importanza dei Soprannomi In Campania, quasi nessun quotidiano locale riporta i nomi e cognomi dei camorristi. Tutti, invece, si riferiscono al criminale chiamandolo con il proprio “soprannome”.

Il soprannome del camorrista è il suo elemento distintivo. Assolve due funzioni fondamentali: renderlo diverso dalla “brava gente” e riconoscibile all’interno del “sistema”.

Il cognome di una persona non è esclusivo, ci possono essere delle omonimie. Però non ci saranno (quasi) mai due soprannomi uguali.

La stampa locale adotta questo sistema di denominazione proprio per rendere più comprensibili i propri testi. Spesso il vero nome di un camorrista non è conosciuto dal “grande pubblico”, nemmeno gli abitanti del suo paese ricordano come lui si chiami.

Ma il soprannome lo conoscono tutti e rende immediatamente associabile il titolo dell’articolo al personaggio di cui parla.

I soprannomi nascono in molti modi. Spesso sono gli appellativi affibbiati alle giovani reclute del sistema da piccoli, il nome con cui vengono presi in giro nei loro quartieri. Si tratta di termini come “formaggino”, “tic tac” e “pikachù”.

A volte rispecchiano le abilità del camorrista, come nel caso di Pasquale Zagaria, alias Bin Laden. Un criminale così introvabile da meritarsi il nome dello sceicco del terrore, tanto abile da essersi costituito da solo ad una Polizia incapace di rintracciarlo.

Altre volte sono l’abbigliamento e gli atteggiamenti che donano al camorrista il proprio soprannome. Michele Fontana era un “bufalaro” – versione impoverita del cowboy americano – e amava vestire con abiti che ricordavano i vecchi film western. Per questo suo vezzo venne soprannominato ‘o scerif, lo sceriffo.

Difetti fisici come ‘o nasone e la somiglianza con certi animali, come ‘o lupo e o’ puorco, fino a dichiarazioni esplicite di affiliazione camorristica come “il Padrino”. Anche il mestiere “onesto” che svolge il camorrista può ispirare il soprannome che gli viene dato, per esempio ‘o pecoraro.

Spesso non significano nulla o quasi, come “urpacchiello” e “mussuto”.

Sempre, il soprannome è – soprattutto per il lettore che già conosce – indicativo dell’appartenenza del camorrista, la sua zona, il clan a cui è affiliato.

La pratica è così radicata che i giornalisti che si occupano di giudiziaria, dopo le condanne di un processo, non pubblicano l’elenco con i nomi dei condannati, ma l’elenco con i soprannomi dei condannati.

La mentalità camorristica sulla carta stampata I giornalisti di cronaca locale possono essere di tre tipi. Ci sono quelli che fanno inchieste vere e che – come Saviano – sono oggetto di continue minacce. Sono molto pochi.

Ci sono i giornaisti che fanno informazione, che raccontano semplicemente i fatti.

E poi ci sono – maggioranza dei casi – i giornalisti collusi. Non nel senso che sono affiliati ai clan, ma che ne adottano la stessa visione del mondo.

Il linguaggio con cui vengono trattate le notizie ne è il classico esempio. La stampa locale abbraccia la cultura locale, diventa il luogo dove questa manifesta i propri valori ed il proprio concetto di “giusto” e “sbagliato”. I giornalisti condividono lo stesso sistema di valori dei camorristi ed il linguaggio che utilizzano è lo stesso di quello usato dai clan.

Lo stupro non è un reato in sé, secondo questa visione del mondo. Una donna stuprata è importante soltanto se “sposata”, proprio perché il reato non è tanto lo stupro, quanto la violazione di una proprietà altrui. La donna è una “cosa” nella mentalità camorristica.

Mentalità che viene fatta propria dai quotidiani locali quando scrivono che un sindacalista assassinato è stato giustiziato. Questa parola lascia trapelare una condivisione di quell’assunto secondo cui la camorra è un potere giusto, in grado di punire chi “sgarra” e non si lascia opprime.

Per lo stesso motivo, i giornalisti chiamano “infami” i collaboratori di giustizia, proprio come li chiamano i mafiosi.

La vicinanza tra camorristi e giornalisti permette loro di conoscere prima della procura le vere cause di morte di personaggi come Passarelli. Mentre la Polizia ipotizzava il suicidio, i giornali titolavano già “Passarelli ucciso”.

Controllo del territorio attraverso la stampa

La stampa locale non si limita a sposare punti di vista e valori della camorra, ma viene utilizzata dai camorristi per controllare il territorio. Spesso, la collusione è attiva, editori e giornalisti prendono ordini direttamente dai boss e scrivono articoli su commissione per far passare determinati messaggi.

Famoso è l’episodio in cui Francesco “Sandokan” Schiavone, boss dei Casalesi in regime di 41bis, riuscì ad eludere quelle che dovevano essere le strettissime misure per impedirgli di comunicare con l’esterno del carcere.

E non lo fece con dei pizzini, bensì con una lettera diretta al giornale locale. Una lettera che usava per lanciare i suoi messaggi di monito ai clan rivali.

Ed il giornale, non solo la pubblicò, ma il direttore rispose a Sandokan dicendosi onorato della sua stima.

Anche quando il controllo è meno diretto, i giornali sono utilizzati per condizionare l’opinione pubblica locale. Quando Don Peppino Diana fu ammazzato per le sue battaglie contro la camorra di Casal di Principe, la popolazione ebbe un sussulto e si sfiorò lo scandalo.

I clan dovettero mettere a tacere la vicenda utilizzando i giornali per diffamarlo, diffondendo la voce secondo cui Don Diana fosse un camorrista.

È questo lo strumento più pericoloso in mano ai clan: la stampa. Controllando i media, riescono a far passare i propri messaggi ed imporre la loro legge. La cosa peggiore – e qui si nasconde il loro potere – è che il controllo mediatico è finalizzato a far passare un solo, grande, messaggio: siamo tutti uguali.

Sono tutti camorristi quelli che vengono uccisi dalla camorra. I napoletani, i casertani e tutti gli altri abitanti della Campania, scava scava, sono sempre parenti, amici e fiancheggiatori di qualche clan camorristico.

Così non fa clamore quando un innocente viene ammazzato. Così il sistema può controllare a dominare i territori, le persone e gli affari.

Questo è lo scopo di certa stampa locale, questo è il compito della stampa di camorra.

Foto: Speranza Casillo

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