
Lo Start up della 15° Conferenza Mondiale ONU sul clima – datato 7 dicembre 2009 – era caratterizzato da grossi numeri e grosse speranze, lasciava quindi presagire un epilogo altrettanto grandioso.
La firma di un accordo internazionalmente vincolante e la capacità dei potenti della terra di mettere da parte gli egoismi nazionali erano ciò che tutto il mondo auspicava, per attribuire il merito storico ai leader mondiali di aver costruttivamente collaborato al fine di salvare le sorti dell’intero pianeta.
Ma, come ben sappiamo, purtroppo non sempre gli eventi sortiscono gli effetti desiderati, infatti il COP 15 si è concluso ieri -18 dicembre 2009- con un nulla di fatto o quasi.
I buoni propositi per fermare il cambiamento climatico
Le premesse erano incoraggianti :
In primo luogo è stata congeniale da parte degli organizzatori la scelta della città sede del vertice, infatti uno studio Siemens sulla sostenibilità ambientale denominato European City Index (presentato durante lo stesso) ha definito Copenaghen città più verde d’Europa.
Forte e persuasiva è stata l’apertura dei lavori che ha visto la proiezione di un video choc intitolato Please, help the World protagonista una bambina che vede il mondo farsi letteralmente a pezzi sotto i suoi piedi a causa dei disastri ambientali.
Di grande valore simbolico la scelta di numerosi ministri europei dell’ambiente di recarsi a Copenaghen in treno, per dimostrare che l’utilizzo di un mezzo di trasporto adeguato può avere il suo peso in termini di rispetto per l’ambiente.
Gli intenti e le proposte della vigilia
Il summit si è aperto con tre obbiettivi fondamentali da perseguire:
Primo, la stipula di accordo internazionalmente vincolante (in grado di sostituire il Protocollo di Kyoto) capace di obbligare i paesi firmatari a ridurre le emissioni di CO2.
Secondo, la volontà di fermare la corsa riscaldamento globale tra i 1,5 ed i 2 gradi centigradi.
Infine, la possibilità di trasferire e diffondere alle nazioni in via di sviluppo le tecnologie verdi da parte dei paesi più sviluppati.
La variegata compagine costituita dai 193 paesi presenti alla Conferenza si è divisa in tre blocchi fondamentali, portatori di posizioni molto diverse tra loro.
I paesi in via di sviluppo, capitanati da Cina e India che propendevano per l’estensione dei parametri di Kyoto fino al 2020 e quindi un conseguente taglio del 40% delle emissioni di CO2 rispetto al 1990, inoltre esortavano i paesi industrializzati (USA in primis) a sottoscrivere il protocollo.
Di contro, la Cina si sarebbe impegnata a ridurre l’intensità carbonica del 40-45% entro il 2020 rispetto però ai livelli del 2005 e non del 1990, e l’India del 20-25% con le stesse condizioni.
I paesi sviluppati capitanati da Stati Uniti ed Unione Europea: gli Usa erano pronti ad impegnarsi per una riduzione delle emissioni del 17% entro il 2020, prendendo però come riferimento il 2005, e sul lungo termine un taglio di emissioni di oltre l’ 80% rispetto ai livelli attuali entro il 2050.
L’Unione europea proponeva il famoso pacchetto 20-20.20 ossia una riduzione del 20% delle emissioni per il 2020 rispetto al 1990, inoltre metteva a disposizione 7,2 miliardi di euro per aiutare i paesi in via di sviluppo per il triennio 2010-2012.
Le proteste ed i fallimenti di Copenhagen
Dopo circa una settimana dall’inizio le tensioni si sono fatte sentire e sono stati sospesi i negoziati. I paesi africani hanno deciso di abbandonare i gruppi di lavoro in segno di protesta.
Protesta contro gli stati industrializzati che secondo questi ultimi non intendevano tener fede agli impegni presi col protocollo di Kyoto e rinnovare oltre il 2012 ( data in cui scadrà il protocollo) gli accordi di risoluzione stabiliti dal trattato.
Tensioni queste che nonostante la ripresa dei negoziati hanno caratterizzato l’intera durata dei lavori e hanno visto contrapporsi due antagonisti principali: Usa e Cina – ognuno fermo sulle proprie posizioni, ma pronto a chiedere all’altro di fare un passo indietro.
Come in ogni vertice internazionale che si rispetti, anche durante il summit di Copenaghen numerose sono state le manifestazioni di protesta.
Circa 100.000 persone divise in 516 gruppi provenienti da ben 67 paesi diversi hanno sfilato, protestato e urlato per le vie di Copenaghen per chiedere ai propri governanti un po’ di buon senso e per ribadire che dalle loro scelte sarebbe dipeso il futuro di tutto il mondo.
“ENOUGH IS ENOUGH- CLIMATE JUSTICE NOW” il grido scandito da Bessey – presidente di Friends of the Earth international – e “SYSTEM CHANGE, NOT CLIMATE CHANGE” era lo slogan impresso sullo striscione che ha sfilato portandosi dietro il blocco di persone più imponente dell’intera manifestazione.
Non sono mancati tafferugli, violenze, scontri con la polizia e numerosi arresti.
Non solo Copenaghen è stata teatro delle manifestazioni di protesta, ma a dimostrare la risonanza e l’importanza globale del summit , decine di migliaia di persone sono scese in piazza in molti paesi asiatici (Hong Kong, Indonesia di fronte alla ambasciata Usa, Filippine).
Allarme per gli effetti del riscaldamento globale
Un forte allarme ai grandi della terra era stato già dato l’anno scorso dagli scienziati britannici del Met Office, i quali sostenevano che continuando di questo passo entro 2100 ci sarebbe un innalzamento medio delle temperature di 5,5 gradi e ciò porterebbe ad una vera catastrofe mondiale.
Infatti, con un innalzamento delle temperature di soli 4 gradi circa un quinto delle specie animali sarebbero a rischio estinzione e 2 miliardi di persone patirebbero la siccità. Non solo, le piante ed il suolo ridurrebbero drasticamente la quantità di carbonio assorbito, e il metano rilasciato dal permafrost e lo scioglimento dei ghiacciai avrebbero un ruolo catalizzatore all’interno di questi processi.
Tutto ciò non è bastato ed il Summit si è concluso ieri con il rimando a febbraio 2010 delle questioni fondamentali (riduzioni delle emissioni dei gas serra) e un accordo che prevede il finanziamento ai pesi poveri di 10 milioni di euro all’anno fino al 2012. Inoltre, un innalzamento progressivo che dovrebbe portare gli aiuti a 100 miliardi di euro entro il 2020.
Documento ibrido e arrivederci a febbraio 2010
Il braccio di ferro Usa-Cina ha partorito questo documento ibrido, che appare più come un contentino da mostrare all’opinione pubblica mondiale per nascondere il grosso fallimento, che come accordo base che possa salvare il mondo dai disastri ambientali.
“Una svolta significativa e senza precedenti” ha commentato Obama.
“Un fiasco totale” è stato il grido lanciato da Greenpeace.
“Un cattivo accordo è meglio di nessun accordo” il commento del Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso.
Solo febbraio 2010 ci permetterà di capire a chi dei tre dar ragione.
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