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Giovedì, 11 Marzo 2010


Vertice di Copenaghen: salvare il pianeta dal cambiamento climatico

Aperto il tavolo delle trattative tra le super potenze mondiali, anche se si aspetta l’ultima parola del Presidente degli Stati Uniti Obama
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Summit di Copenhagen

Siccità, desertificazione, inquinamento delle acque, sfruttamento delle risorse primarie, esaurimento delle fonti di energia, piogge acide, sono solo alcune delle parole chiave che descrivono il futuro che ci aspetta. Un futuro non tanto lontano.

Da quasi due settimane, l’attenzione mondiale dei media è concentrata sulla capitale danese in cui ha sede il vertice climatico che ha generato più discussioni di tutti i tempi. Obbiettivo del summit è di trovare un’intesa per la riduzione di emissione di gas serra, che stanno letteralmente distruggendo l’ambiente. Come: promuovendo cooperazione tra le nazioni, ricerca, innovazione e investimenti in aziende e società più eco-compatibili.

A parole… ma nei fatti?

I dati del vertice di Copenhagen

Il pianeta terra è malato e la conferma di ulteriori aggravamenti è data dai risultati di uno studio della Iucn, dai quali emerge che gli oceani diventano sempre più acidi a causa dell’inquinamento da anidride carbonica, poiché l’acqua ha la proprietà di assorbire CO2 in quantità enormi.

Sarebbe questo a mettere in pericolo la vita nei mari per alcune specie come i coralli, le alghe che producono ossigeno ed i pesci indispensabili all’alimentazione umana.

Una vera catastrofe ecologica su scala mondiale. Per questo l’Unione mondiale per la conservazione della natura ha presentato i dati di questa ricerca a Copenaghen, durante la Cop15 sui cambiamenti climatici, ed ha lanciato un appello ai governi del mondo perché diano un taglio netto alle emissioni di gas nocivi. Una riduzione forte di questi agenti inquinanti

«E’ indispensabile per dare uno stop all’acidificazione degli oceani e impedire l’estinzione di massa delle specie marine, l’insicurezza alimentare e gravi danni per l’economia mondiale» spiega Dan Laffoley, vicepresidente Iucn della Commissione mondiale sulle aree protette. «Abbiamo voluto realizzare questo rapporto sui tanti modi con cui l’acidificazione degli oceani può alterare il funzionamento dell’oceano viste, le possibili conseguenze devastanti di tale fenomeno».

Ecco i risultati. Da quando è partita l’industrializzazione della società moderna, l’acidità delle acque oceaniche è aumentata del 30%.

Secondo il rapporto, se i livelli di CO2 nell’aria continuano ad aumentare con questa tendenza, l’acidità potrebbe crescere del 120% entro il 2060. Un livello mai raggiunto in 21 milioni anni.

Uno scenario apocalittico. Entro il 2100, questo dicono allarmati gli esperti dello Iucn, il 70% dei coralli sarà esposto ad acqua corrosiva.

Italia in coda alla classifica ambientale delle nazioni

GermanWatch, l’associazione non governativa che ogni anno stila la classifica ambientale, attribuisce all’Italia la 44° posizione sui 57 paesi analizzati – ovvero quelli che rappresentano oltre il 90% delle emissioni globali di anidride carbonica.

Tutti i paesi meritano la maglia nera e com’è già successo in tutte le precedenti edizioni del «Climate change performance index» dell’Ong tedesca, non ci sono vincitori. Tra i paesi dell’EU i più virtuosi sono nell’ordine Svezia, Regno Unito, Germania, Francia e Norvegia, ma a questi si aggiungono il Brasile che è al quarto posto, l’India e il Messico.

Il metodo di analisi si basa su cinque parametri: quattro che riguardano gli indicatori sulle emissioni-serra e la loro tendenza al rialzo o al ribasso; e un altro che giudica le politiche climatiche dei rispettivi paesi.

Grazie questi valori negativi, l’Italia si piazza al 44° posto dopo la Slovenia e prima della Russia soprattutto per le politiche climatiche, dove raccoglie un basso punteggio.

La nazione più virtuosa appare dunque secondo il nuovo rapporto di GermanWatch è il Brasile per effetto del suo uso di biocarburanti e per le prime, timide mosse nel tentativo di contenere la deforestazione, mentre tra i peggiori ci sarebbe il Canada, con il penultimo posto prima dell’Arabia Saudita.

Dimezzare i gas serra entro il 2050

Sul tavolo delle trattative arrivano svariate proposte fatte dai vari capi di stato, ma tra queste spicca il testo avanzato da Michael Zammit Cutajar, il diplomatico maltese, ossia semplicemente dimezzare le emissioni di gas-serra entro il 2050, rispetto ai livelli del 1990.

Per i paesi industrializzati, si prevede la possibilità’ di adottare tre scelte: un taglio dell’anidride carbonica compreso fra il 75 e l’85%, di almeno l’80-95%, o di oltre il 95%.

Ma tutti quanti, ovvero il mondo intero, dovranno comunque ridurre le emissioni di carbonio del 50, dell’85 o del 95%. Pericoli e i timori per gli addetti ai lavori ci sono come quello, ad esempio, che correrebbe l’UE rispettando i patti e bloccando così tetti sulle emissioni, accordi che potrebbero invece essere disattesi dagli altri paesi, Usa e Cina in testa.

Le decisioni del summit di Copenhagen

Cosa faranno, allora le 192 delegazioni, i 45 capi di stato?

Questo storico vertice sui cambiamenti climatici, è stato fino a oggi caratterizzato da forti contrasti tra le parti ,anche se numerosi negoziati sono stati avviati.

Realisticamente, senza un forte impegno da parte degli Usa e della Cina si rischia di ripetere il fallimento del Protocollo di Kyoto e con esso tutte le politiche ambientali adottate fino ad ora.

Questa settimana di vertice prevederà una sessione ministeriale ufficiale, durante la quale i rappresentanti delle varie nazioni saranno chiamati ad analizzare i documenti e le varie proposte effettuate. Sul tavolo delle trattative, i ministri troveranno due documenti elaborati la scorsa settimana, uno dai tecnici degli Stati aderenti alla Convenzione dell’ONU sul clima, e l’altro relativo agli stati segnatari del protocollo di Kyoto.

Le bozze enunciano i principi di base dell’accordo. Innanzitutto, quello delle responsabilità comuni ma differenti, ritenuto indispensabile dai grandi Paesi emergenti. I paesi avanzati dovranno farsi carico della maggior parte dei tagli delle emissioni inquinanti. I Paesi in via di sviluppo dovrebbero invece adottare delle misure di riduzione interne che saranno sostenute dalle nazioni più industrializzate attraverso il trasferimento di finanziamenti e tecnologie.

Tra le principali novità che emergono dai testi, c’è l’intenzione di fermare il rialzo delle temperature tra 1,5 e 2 gradi e prolungare il protocollo di Kyoto, in scadenza al 2012, fino al 2020.

Un’altra questione da risolvere sarà quella relativa all’entità dei tagli. Il gruppo della Convenzione Onu, di cui fanno parte anche gli Stati Uniti, ha proposto dei tagli da un minimo del 50% a un massimo del 95% il 2050, rispetto ai livelli del 1991. Il gruppo di Kyoto propone obiettivi più modesti: dal 30% al 40%.

Finanziamento dei progetti nazionali dei Paesi in via di sviluppo

Ma il punto focale fondamentale sarà quello relativo alle modalità di finanziamento dei progetti nazionali dei Paesi in via di sviluppo. L’Unione Europea ha già fatto sapere di aver messo a disposizione dei fondi per gli stati più poveri, per un valore complessivo di 7,2 miliardi di euro per 3 anni. L’Italia metterà sul piatto 600 milioni di euro.

Ma il vice-ministro cinese He Yafei ha fatto sapere che il finanziamento a corto termine non è la risposta giusta e che non sarà sufficiente per sostenere i Paesi in via di sviluppo nella riduzione delle emissioni.

Cambiare le multinazionali

«Ci uniamo alla chiamata per un accordo globale sulla protezione dell’ambiente», ha detto Muhtar Kent, il numero uno di un’azienda multinazionale che, su una bevanda addizionata di anidride carbonica, ha costruito un impero: la Coca-cola.

«A maggio abbiamo lanciato la bottiglia di plastica che, per il 30%, è fatta con residui della lavorazione dello zucchero», ha aggiunto Kent. «Questo è solo l’inizio: smetteremo di usare combustibili fossili per il packaging».

Qualunque accordo sarà raggiunto a Copenhagen, bisogna fissare dei punti chiave per la risoluzione del problema.

Il destino dei paesi extra-europei

Le proposte non mancano. Oltre ai due testi ufficiali sul tavolo delle trattative, al vertice climatico di Copenhagen, c’è quello di Tuvalu, quello di Aosis (l’associazione degli Stati-isola), adesso anche quello degli Stati africani.

I paesi più a rischio per i futuri effetti del cambiamento climatico, sono anche quelli che hanno più interessi in ballo. La proposta africana, oltre a richiedere ai paesi ricchi di tagliare le loro emissioni, propone anche un obiettivo ambizioso:

«Le nazioni sviluppate dovranno cambiare le loro abitudini più insostenibili, dal punto di vista della produzione e dei consumi».

Il consenso africano ruota attorno a tre punti, elencati dal ministro dell’ambiente del Burkina Faso:

«Innanzitutto la necessità di mantenere in vita il protocollo di Kyoto, visto che non riteniamo siano necessari altri strumenti giuridici. Servono poi dei finanziamenti ai paesi in via di sviluppo, prevedibili e senza condizionalità, attorno a 65 miliardi di dollari all’anno. Infine ci auguriamo che venga affrontata la questione dell’energia e del trasferimento di tecnologia nei Paesi in via di sviluppo».

Guerra di posizioni – il fallimento di Copenhagen?

A una settimana dall’inizio del vertice, emergono cosi le diverse posizioni dei Paesi riuniti nella capitale danese.

Il gruppo dei grandi emergenti, ossia Cina, India, Sudafrica e Brasile, sembra voler seguire una posizione comune: l’accordo di Kyoto non si negozia e s’invitano gli Usa ad aderirvi.

Resta da vedere se l’accordo finale sarà influenzato dal cosiddetto Compromesso di Singapore: il 15 novembre scorso, durante il vertice dell’Apec, il premier danese Lars Locke Rasmussen aveva proposto di giungere ad un accordo sul clima in due fasi: un accordo politico a Copenaghen e un’intesa legalmente vincolante da sancire nei colloqui successivi.

La proposta aveva incontrato l’approvazione della maggior parte dei leader presenti, compresi Obama e Jintao. Il giorno dopo, a Pechino, Obama aveva invece parlato della necessità di un accordo con effetti immediati.

Cruciale sarà venerdì, quando alla chiusura sul vertice dovrebbe arrivare nella capitale danese l’ospite più atteso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Ma gli scontri di piazza e gli scontri di palazzo su questioni formali, fanno temere l’ennesimo fallimento sul futuro del nostro pianeta.

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2 Risposte per “Vertice di Copenaghen: salvare il pianeta dal cambiamento climatico”

  1. stepp scrive:

    BELL’ARTICOLO ,MINUZIOSO E BEN SCRITTO MOLTO CHIARO E PIACEVOLE, NON ANNOIA LO SI LEGGE CON FACILITA’.
    FORZA GRANDI DELLA TERRA UNITEVI NEL BENE COMUNE

    ReplicaReplica
  2. [...] del passato Il metano è un gas naturale ricavato nel sottosuolo mentre il gpl è un ricavato…Vertice di Copenaghen: salvare il pianeta dal cambiamento climatico Il vertice climatico del 2009 tenutosi a Copenaghen, passerà alla storia per aver, dopo [...]

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